LA TANTO TEMUTA VAGINITE DA GARDNERELLA

L’infezione da Gardnerella vaginalis appartiene ad un più ampio gruppo di condizioni cliniche definite complessivamente vaginosi batteriche. La vaginosi batterica è la vaginite infettiva più diffusa. La patogenesi non è chiara, ma comporta la crescita eccessiva di più patogeni batterici e una diminuzione della consueta flora vaginale con predominanza di lattobacilli.

I patogeni anaerobi che crescono eccessivamente comprendono Prevotella spp, Peptostreptococcus sp, Gardnerella vaginalisMobiluncus spp, e Mycoplasma hominis, che aumentano la concentrazione da 10 a 100 volte e sostituiscono i lattobacilli normalmente protettivi.

fattori di rischio per la vaginosi batterica comprendono quelli per le infezioni a trasmissione sessuale. Nelle donne che hanno rapporti sessuali con le donne, il rischio aumenta con l’aumentare del numero di partner sessuali. Tuttavia, la vaginosi batterica può presentarsi nelle donne che non hanno mai avuto rapporti sessuali, e il trattamento del partner sessuale maschile non sembra avere effetto sull’incidenza nelle donne eterosessuali sessualmente attive. Anche l’uso di dispositivi intrauterini è un fattore di rischio.

La vaginosi da gardnerella è una condizione tanto comune nelle donne in epoca fertile, quanto sottostimata, poiché l’unica vera manifestazione clinica è rappresentata da perdite a livello vaginale, solo che sono grigiastre, dense e dal tipico odore di pesce (fish odor).  La loro quantità e frequenza tende ad aumentare a cavallo della mestruazione.

Tra gli altri sintomi che possono comparire ricordiamo:

  • sensazione persistente di prurito, soprattutto in associazione a biancheria eccessivamente stretta o dopo un rapporto sessuale,
  • bruciore associato alla minzione, che potrebbe indurre ad ipotizzare ad una cistite.

Nell’uomo il coinvolgimento è sicuramente meno comune, ma il batterio può diventare responsabile di fastidiose uretriti (infezioni del canale da cui esce l’urina) o balanopostiti (infiammazioni della mucosa del pene).

La diagnosi nella donna, oltre che fondata sull’esame obiettivo ginecologico, si basa sulla conferma di laboratorio.

La vaginite da gardnerella deve essere tenuta particolarmente sotto osservazione in caso di gravidanza, periodo durante la quale potrebbe diventare causa dell’insorgenza di complicanze maggiori se trascurata.

La terapia è prevalentemente antibiotica, basata sull’utilizzo di molecole ad ampio spettro (capaci di colpire efficacemente diverse specie batteriche), tra cui per esempio:

  • Metronidazolo sia in forma di compresse che di crema da applicare direttamente nella zona interessata. La loro somministrazione di solito dura per qualche giorno, tra i 5 ed i 7 giorni nella maggior parte dei casi.
  • Clindamicina, sempre in forma di compresse o crema, ma viene considerata di seconda scelta per la possibile insorgenza di effetti collaterali maggiori (soprattutto sulla flora batterica intestinale).

Nella donna in epoca fertile (ma ovviamente non solo) risulta di fondamentale importanza una corretta igiene genitale ed urinaria, così da evitare un insieme di condizioni predisponenti l’instaurarsi di infezioni persistenti.

A questo vanno associati altri piccoli accorgimenti:

  • Limitare l’uso di antibiotici a quando strettamente necessario, perché gli antibiotici causano alterazioni ancora più complesse del microbiota, vaginale e intestinale, se sono assunti per via orale, facilitando la proliferazione di altri germi patogeni.
    Può invece essere utile riequilibrare l’intestino e il microbiota intestinale con probiotici mirati. È più efficace modificare in modo stabile il livello estrogenico e il pH, dai quali dipende l’integrità dell’ecosistema vaginale. Quando i livelli estrogenici sono normali e il pH è 4, ossia fisiologico, le proporzioni tra i diversi microrganismi si riequilibrano spontaneamente e la gardnerella torna silente.

Gli aiuti più efficaci includono:

  • estrogeni locali, su prescrizione medica se indicati, da applicare in vagina in minima quantità, due-tre volte la settimana, in caso di amenorrea in puerperio, o menopausa, quando il pH vaginale tende ad alzarsi a causa dei bassi livelli estrogenici; o anche in corso di contraccezione ormonale con pillole a basso dosaggio;
  • ovuli di lattobacilli, che vanno a rinforzare il contingente di microrganismi amici che abitano la vagina in età fertile;
  • acido borico (in tavolette o ovuli vaginali): può essere utile ad abbassare il pH vaginale dopo il rapporto, quando non si cerchi una gravidanza (gli spermatozoi per stare bene e risalire le vie genitali hanno bisogno di un pH intorno 7.39 e non amano il pH acido).
Chi sono

Sono un medico specializzato in Ginecologia e Ostetricia, mi occupo di procreazione medicalmente assistita, aiuto le coppie a coronare il loro grande sogno di diventare genitori e le donne ad ascoltare e conoscere il proprio apparato sessuale.

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